Pensioni, APE social: di cosa si tratta

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Il termine APE fa riferimento alla dicitura “assegno pensionistico” ed è uno strumento che il Governo Renzi introdusse per tutti i lavoratori che desiderassero poter usufruire di un trattamento di pensione anticipata.

Con l’APE social, infatti, esiste la possibilità di lasciare la propria attività lavorativa prima di aver maturato i tempi previsti dalla legge, a condizione, però, di avvalersi di un finanziamento bancario per poter saldare, nel momento dell’effettivo raggiungimento dei requisiti ordinari, la cifra ricevuta anticipatamente.

Oltre a ciò sono state previste delle penalizzazioni sugli assegni pensionistici (dall’1,4% fino all’8%).

La cosiddetta APE social, introdotta in misura sperimentale e in vigore dal primo maggio 2017 fino al 31 dicembre 2018, si propone, in aggiunta, di permettere ad alcune tipologie di lavoratori di lasciare in anticipo il proprio impiego senza però dover sottostare alle suddette penali o comunque di usufruire di una condizione migliore, con una percentuale di penalizzazione che possa al massimo arrivare al 3% annuo.

Parliamo quindi di un anticipo pensionistico a carico dello Stato, con l’obiettivo di accompagnare il lavoratore per un periodo che può arrivare al massimo a 3 anni e 7 mesi, fino al raggiungimento della reale età per l’ottenimento della pensione di vecchiaia. Da non confondere, quindi, con l’APE volontario, i cui costi sono invece per lo più a carico del cittadino, che come detto può essere ottenuto solo tramite un prestito bancario.

L’APE social, che diversamente non comporta trattenute, è mirata a fornire un supporto in particolare alle categorie di cittadini più svantaggiate, ovvero quelle con minor reddito. Viene calcolata calcolata sulla base dei redditi e dei contributi accreditati, senza comunque poter superare i 1500 euro mensili. A poterne usufruire, alcune specifiche classi di lavoratori, come quelli aventi diritto alla L.104, coloro che siano privi di un’occupazione da molto tempo, disabili, gli addetti a lavori pericolosi o a mansioni gravose.

Ecco quindi la ragione del suo carattere prettamente “sociale”.

Per poterne usufruire bisogna esser stati iscritti (o esserlo ancora) ad una gestione previdenziale: a quella generale obbligatoria dell’Inps, a quella in gestione separata, o a forme sostitutive.

Si discute, attualmente, della possibilità che tale misura venga prorogata per il 2019 o che, diversamente, venga abbandonata per evitare sovrapposizioni con i già previsti finanziamenti di Quota 100, ovvero della novità introdotta dalla riforma pensionistica dell’attuale governo, in base a cui si stabilirebbe il diritto alla pensione utilizzando un meccanismo di quote.

Il lavoratore avrebbe cioè la possibilità di lasciare il proprio impiego quando la somma della sua età pensionabile e dei suoi anni contributivi dessero come totale 100.

 

Regina Picozzi