Banca d’Italia, la figura dell’economista ed accademico italiano Paolo Baffi

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Ricordiamo Paolo Baffi come uno dei primi economisti di professione ad essere assunti in Banca d’Italia. Era il 1936. Ne divenne capo circa quarant’anni più tardi, nel 1975, poco dopo le dimissioni di Guido Carli. Fu, in effetti, anche il primo Governatore ad arrivare a rivestire questo ruolo provenendo dalla carriera interna, dopo essere stato nominato consigliere economico nel ’56 e Direttore Generale dal 1960 al 1975.

Fu in quegli anni, caratterizzati dalle crescenti difficoltà dell’economia, che egli si impegnò per adeguare gli strumenti e la struttura interna della Banca: con gli “Studi sulla Moneta” nel 1965 ed i “Nuovi Studi sulla Moneta” del 1973 riuscì infatti a riunire tutti gli scritti pubblicati fino ad allora e riguardanti inflazione, liquidità internazionale, salari, meccanismo di aggiustamento, bilanci. I suoi lavori misero in luce una base teorica piuttosto salda, una struttura statistica capace di essere capita da qualsiasi lettore.

Oltre ad aver assunto, appunto nel ’75, la carica di Governatore della Banca d’Italia, Paolo Baffi fu docente di Storia e Politica Monetaria presso l’Università di Roma “La Sapienza” dal 1970 al 1979. “Il contatto con i giovani è un elemento essenziale per mantenere vivo l’intelletto e agile la mente”, aveva detto una volta.

Grazie a Paolo Baffi l’Italia entra nel Sistema Monetario Europeo

Fu grazie al suo contributo ed alla sua capacità di contenere l’inflazione e rimettere in equilibrio i conti con l’estero che l’Italia poté entrare nel Sistema Monetario Europeo.

Parliamo di un periodo, quello tra gli anni ’60 e i ’70, durante il quale in Italia si assistette ad un poderoso intreccio tra potere politico e politica monetaria, nonché ad una fase rischiosa per l’economia. In particolare tra il 1973 e il 1976 venne realizzata una serie di norme concernenti il portafoglio bancario, il credito agevolato, gli spostamenti di capitali e i tassi d’interesse. In merito a questo Paolo Baffi, pur non ponendosi mai in modo esplicito sul fronte dell’opposizione, espresse in più occasioni il proprio scetticismo, forte di idee maturate attraverso la lettura dei testi classici del liberismo.

Fu un periodo nel quale dilagavano i conflitti sociali: ciò che si voleva ottenere dalla politica finanziaria erano crescita ed accumulo di capitale, equilibrio rispetto al peso dei pagamenti e diminuzione del divario esistente con gli altri Paesi europei.

Quando Baffi prese il posto di Carli, nel ’75, l’Italia era in piena recessione, cominciata a causa dello shock petrolifero e della stretta creditizia nei confronti del Fondo monetario internazionale, dovuta proprio alla necessità di recuperare lo squilibrio venutosi a creare nei conti con l’estero, nonché il rialzo dell’inflazione.

Il suo pensiero riprendeva quello di Carli e di Einaudi e si basava sulla convinzione che il contesto istituzionale pesasse in maniera eccessiva sulla Banca Centrale, privandola della giusta libertà di azione.

Riteneva inoltre che il nostro Paese, per avere successo in ambito di politica monetaria, dovesse acquisire il consenso da parte dell’intera società.

Guarda il video con Paolo Mieli “Paolo Baffi, un grande servitore dello Stato

 

                                                                                                    Regina Picozzi