Cosa sono i derivati?

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Cosa sono i derivati?

Parliamo di strumenti finanziari di una certa complessità, la cui diffusione sui mercati di capitali si consolidò una quindicina di anni fa. Oggi rivestono un ruolo centrale nell’economia.

Il funzionamento degli strumenti derivati

Il termine deriva dal fatto che essi non possiedano un proprio intrinseco valore, bensì lo traggano da altri prodotti finanziari, a cui sono legati perché dipendenti dalle loro variazioni di prezzo. Il bene (o il titolo) che dunque conferisce valore al cosiddetto “derivato” viene definito “sottostante” (“underlying asset”). In linea generale, sappiamo che i derivati possono svolgere un ruolo di tipo protettivo, ovvero di copertura, nei confronti di rischi di mercato, oppure possedere una finalità di tipo speculativo (caratteristica, quest’ultima, ampiamente diffusasi a livello globale). Il valore dei prodotti derivati dipende dunque dall’andamento di una specifica attività o di un determinato evento e la loro finalità è, essenzialmente, quella di diminuire il rischio finanziario di una quota prestabilita, di esporsi con l’obiettivo di ottenere un profitto o di ottenerne uno privo di rischi utilizzando transazioni combinate. La maggior complessità di questa tipologia di strumenti risiede nella difficoltà di realizzarne una stima, che infatti viene eseguita attraverso una serie di complesse analisi che naturalmente si avvalgono di funzioni matematiche.

Oggi si pensa spesso che i contratti su derivati non siano altro che prodotti creati dalle banche e da altri intermediari finanziari negli anni ’90, non particolarmente apprezzati dalla popolazione generale soprattutto perché considerati la causa della perdita di somme considerevoli all’interno delle imprese che ne hanno fatto uso.

Si tratta, di fatto, di uno strumento finanziario che può essere acquistato senza avere con esso una relazione diretta, cioè senza che l’acquirente abbia necessariamente un coinvolgimento nell’operazione. Questo accade perché a tutti è concesso comprare un derivato che ha un valore strettamente collegato al rischio di solvibilità di un altro soggetto coinvolto. Nel caso di un prestito, ad esempio, chi compra quello specifico derivato scommette sulla possibilità del debitore di far fronte al prestito stesso.

Il “sottostante” dei derivati

Ciascun prodotto derivato avrà quindi come oggetto una previsione inerente l’andamento futuro di uno specifico indice di prezzo: tassi di interesse, tassi di cambio tra valute differenti, quotazioni di titoli, costi di materie prima, e così via.

Il pericolo, com’è intuibile, è legato alla possibilità che l’operazione “sottostante” non vada a buon fine o abbia un andamento negativo.

Recentemente, nelle relazioni banche-clienti, si è diffusa una specifica categoria di prodotti derivati detti “swap”, generalmente proposti a copertura dei rischi di mercato, tramite i quali le due parti stabiliscono un accordo per lo scambio di flussi di pagamenti (i cosiddetti “flussi di cassa”) a date certe.

Altri esempi di derivati sono poi i contratti a termine, ovvero gli accordi stipulati tra due soggetti in merito alla consegna di una specifica quota di una determinata attività finanziaria o di determinate merci ad un prezzo e ad una data prestabiliti.

Infine l’opzione, ovvero un contratto con la capacità di conferire il diritto ma non l’obbligo di acquistare o vendere una certa quantità di un bene ad un costo prefissato e con una specifica scadenza.

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