Cosa succede se un Paese va in “default”?

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Quando parliamo di “default” (o “bancarotta”) ci riferiamo, per l’appunto, al fallimento di uno Stato, che può verificarsi proprio come avviene per un’impresa. La differenza sta nel fatto che un Paese, diversamente da un’azienda, non può “chiudere”. Questa situazione viene a verificarsi a causa di una mancanza di liquidità nelle casse statali, che può essere dovuta ad una grande varietà di fattori, tra cui naturalmente la crisi economica del sistema coinvolto.

Di norma accade che un Paese vada in default senza la necessità di dichiararlo, poiché tale condizione viene determinata dal mercato obbligazionario, ovvero dalla difficoltà che il Paese stesso incontrerà nel posizionare i titoli di Stato. La diretta conseguenza sarà un netta contrazione della richiesta di titoli ed un forte rialzo dei rispettivi tassi di rendimento, come è successo alla Grecia: nel suo momento di maggior crisi economica essa ha riscontrato rendimenti intorno al 25%, quindi elevatissimi. In seguito a quanto descritto, lo Stato dichiarerà infine il proprio default in maniera ufficiale tramite il Governo, in accordo con la Banca Centrale Europea e con l’Unione Europea. E’ evidente che i mercati finanziari, nella maggior parte dei casi, ne attestano il fallimento ben prima di tale dichiarazione ufficiale.

Sinteticamente possiamo distinguere due tipi di default: quello totale, che comporta il fatto che lo Stato non paghi alcun titolo di debito, e quello parziale o “Haircut”, situazione nella quale lo Stato avvierà il rimborso di una quota del proprio debito pubblico nei confronti dei creditori.

Nei casi di fallimento di un Paese, ovviamente, sono previste multe ingenti e dazi a livello comunitario europeo. Una diretta conseguenza è il tentativo, complicato, di vendere i titoli di Stato del Paese fallito per cercare di salvare i propri investimenti. Ma, appunto, non è facile. Il default, inoltre, mette chi è convolto in una posizione di sfiducia all’interno dei mercati, per cui per chi ne viene colpito (soprattutto per le imprese) è sempre molto improbabile riuscire ad ottenere dei finanziamenti. Nel caso di uno Stato europeo si può porre la necessità dell’adozione di una moneta nazionale per arginare la pericolosa diffusione di sfiducia nei confronti della moneta unica. Ma una moneta unica avrebbe, come si può facilmente intuire, uno scarso valore sul mercato e tenderebbe a venire gradualmente svalutata. Arrivata poi ad una fase di stabilità, si creerebbe una situazione nella quale l’export avrebbe successo (poiché, essendo la moneta interna debole dall’estero risulterebbe conveniente comprare) ma l’import avrebbe difficoltà notevoli, proprio per la mancata forza di acquisto.

Lo stato di default è dunque di difficile gestione per un Paese, con pesanti risvolti anche dal punto di vista sociale.

 

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