Credit Crunch: di cosa parliamo esattamente?

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Cos’è il credit crunch?

Con l’espressione “credit crunch” ci si riferisce, generalmente, ad una contrazione dell’offerta di credito causata da un calo della patrimonializzazione delle banche (ovvero del “capital crunch”), da una diminuzione della liquidità nel sistema bancario o anche, talvolta, dalla scelta delle banche di non incorrere in rischi nel concedere i prestiti. Un credit crunch, com’è intuibile, può generare conseguenze disastrose all’interno dell’economia di un sistema.

Fondamentalmente parliamo di una situazione in cui si verifica, per varie ragioni, un “rallentamento del credito”: il risultato è che la quantità di finanziamenti è più bassa rispetto alla domanda, stato di cose che può accadere sia per motivi strategici sia per condizioni di effettiva difficoltà finanziaria, in termini di liquidità scarsa o complicata da reperire.

Il fenomeno, come detto, parte dalle banche e dalla riduzione di volume – in termini di erogazione di prestiti – che stabiliscono di mettere in atto. Può anche verificarsi un irrigidimento delle condizioni applicate (ovvero dei tassi o dei requisiti da possedere per poter richiedere le cifre di cui si ha bisogno): analogamente questo comporterà un calo dei crediti concessi. Quando il credit crunch si verifica è dunque necessario tentare di superarlo, poiché un suo perdurare nel tempo può generare seri problemi nel sistema economico di un Paese

 

Credit crunch: il confronto internazionale

Negli ultimi tempi si è pensato di paragonare il credit crunch del nostro Paese (nel 2011, ad esempio, vi fu un calo del 2,3% nei prestiti concessi alle imprese) a quello che dal 2008 ha riguardato gli Stati Uniti, ma nella realtà il sistema finanziario americano è ben diverso da quello italiano: un’azienda statunitense nei confronti della quale la banca di fiducia si opponesse alla concessione di un prestito avrebbe, in ogni caso, una scelta in termini di tipologie di finanziamento sicuramente ben più ampia di un’impresa italiana.

Inoltre nel nostro Paese le aziende sono, mediamente, ben più piccole rispetto a quelle statunitensi e spesso si affidano esclusivamente alla propria banca locale o a quella della provincia più vicina. Poche sono quotate in Borsa e solo le più grandi procedono all’emissione di obbligazioni societarie.

Probabilmente un paragone più calzante può essere fatto tra il credit crunch italiano e quello che riguardò i Paesi del Nord Europa nel corso della crisi finanziaria che li investì nei primi anni ’90, quando le alternative finanziarie ai prestiti negati dalle banche locali erano, per le imprese di Svezia, Norvegia e Finalndia, estremamente limitate. In quell’occasione si stimò che il credit crunch fu causa di una contrazione del volume di investimento tra il 10 e il 15% .

Quando la Banca Centrale Europea offrì alle banche europee finanziamenti per cifre molto consistenti a tassi bassissimi, le banche vennero accusate di avere usato tale liquidità in gran parte per acquistare titoli pubblici (quindi utilizzandola senza rischio, lucrando sugli alti differenziali di tasso), senza di fatto contribuire alla crescita delle imprese. Le banche ridimensionarono allora tale condizione, evidenziando il fatto che la recessione avesse fatto diminuire la richiesta aziendale di credito e che, comunque, numerose richieste fossero giunte da parte di entità non in possesso de corretti requisiti per ottenere i crediti stessi.