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Paolo Mieli ci racconta la figura di Adriano Olivetti. Fondatore della “Olivetti” che, a partire dalla prima metà del ‘900, sarà universalmente associata alla modernità italiana. Inventa e diffonde presso il grande pubblico la macchina da scrivere e, seguendo un percorso di innovazione continua, arriva alla fine degli anni ’50 a inventare il primo calcolatore elettronico italiano che anticipa la generazione dei computers. Non solo tecnica, la figura di Olivetti – ci spiega Paolo Mieli – esprime una grande sensibilità culturale che lo condurrà ad essere precursore anche in ambito manageriale e politico.

Comunità

Adriano Olivetti si mostra precursore anche in ambito manageriale e culturale. Negli anni ’50 inaugura a Pozzuoli il “Villaggio Olivetti”, una fabbrica a “misura d’uomo”. Stabilimenti produttivi, ma anche spazi e alloggi per le famiglie degli operai, che in quel contesto potessero trovare “mezzo di riscatto” e non fonte di sofferenze e frustrazione. A Ivrea fonda il “Movimento di Comunità”, cercando di attirare i più importanti intellettuali dell’epoca, non già per meri fini di comunicazione ma per stimolare le migliori idee innovative per lo sviluppo della società italiana. Lancia Ivrea come capitale della cultura italiana.

Europa

Adriano Olivetti – prosegue Paolo Mieli – spinto da un sincero istinto politico e dalla stima per Altiero Spinelli, arriva a prefigurare il concetto concreto di Europa. Uno spazio fondato sulla libertà delle persone di circolare liberamente, fondendo cultura e speranze. Un posto in cui i giovani potessero formarsi nei vari paesi, studiare liberamente all’estero, contribuendo alla creazione di quello che nelle sue idee poteva diventare una nuova grande realtà geopolitica a livello internazionale.

Computer

Nel 1959, poco prima della sua prematura scomparsa, Adriano Olivetti da alla luce il primo calcolatore elettronico italiano, che anticipa la generazione dei computers. Questo rende bene l’idea della grandezza di questa figura, troppo presto sottratta dal patrimonio di idee, di innovazione e di concretezza di cui l’Italia avrebbe potuto beneficiare.

Intervento di:

Paolo Mieli

Giornalista e storico, negli anni Settanta allievo di Renzo De Felice e Rosario Romeo, è stato giornalista all’“Espresso”, poi a “Repubblica” e alla “Stampa”, di cui è stato anche direttore. Dal 1992 al 1997 e dal 2004 al 2009 ha diretto il “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri per Rizzoli, Le storie, la storia (1999), Storia e politica (2001), La goccia cinese (2002) e I conti con la storia (2013), vincitore del premio Città delle rose e del premio Pavese.