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Glossario:

Banca Privata italiana

Piccolo istituto con un solo sportello, nel 1960 la sua quota di maggioranza fu acquistata da Michele Sindona tramite la finanziaria con sede in Liechtenstein Fasco AG; soci di minoranza della Banca Privata Finanziaria furono inizialmente lo IOR, successivamente il gruppo bancario inglese Hambro e la banca statunitense Continental Illinois Bank. La Privata Finanziaria operava attraverso due soli sportelli, a Milano e a Roma.

Banco Ambrosiano

E' stata una delle principali banche private cattoliche italiane. È fallita nel 1982 a seguito di quello che finora è stato il più grave dissesto finanziario di una banca italiana, stimato in 1,2-1,3 miliardi di dollari[1] e avvenuto sotto la presidenza di Roberto Calvi, soprannominato Il banchiere di Dio.

Michele Sindona

Nato il Sicilia nel 1920, è stato un faccendiere e banchiere, membro della loggia P2, legato ad ambienti della criminalità organizzata, a capo della Banca Privata Italiana al momento del suo fallimento e mandante dell'omicidio di Giorgio Ambrosoli. Morì nel 1986 avvelenato in carcere in seguito all'ingestione di caffè al cianuro di potassio. Vedi anche http://orizzonti.tv/episodi/il-fallimento-della-banca-privata-italiana-il-delitto-ambrosoli/

Il fallimento della Banca Privata Italiana

Fondata nel secondo dopoguerra a Milano con il nome di Banca Privata Finanziaria, l’istituto assunse il nome con il quale fu conosciuta alle cronache in seguito alla fusione con la Banca Unione. Nel 1960, quando operava con soli due sportelli a Roma e, appunto, nel capoluogo lombardo, la sua quota di maggioranza fu acquistata da Michele Sindona, che il giornalista Antonello Piroso definisce “faccendiere spregiudicato in odore di mafia e P2, capace di operazioni finanziarie estremamente spericolate”.
Il gruppo controllato da Sindona entrò in profonda crisi a partire dal 1973, e anche a seguito dei controlli effettuati dalla Banca d’Italia allora guidata dal governatore Paolo Baffi, la Banca Privata Italiana fu messa in liquidazione coatta amministrativa nel settembre del 1974. Commissario liquidatore fu nominato l’avvocato Giorgio Ambrosoli, che pagò a caro prezzo l’inflessibilità con la quale, appoggiato dai soli Baffi e Mario Sarcinelli, capo della vigilanza della Banca d’Italia, fece sì che lo Stato non si accollasse l’onere di evitare il fallimento dell’istituto.

L’impero di Sindona e i legami con la politica

“Quello guidato da Sindona era un gigante dai piedi d’argilla – afferma Piroso – e solo quando ci si rese conto le esposizioni avevano raggiunto un livello insostenibile si decise di intervenire. Ma la politica non aveva alcun interesse diretto a farlo e quindi scelse un professionista esterno ai circuiti, forse considerandolo facilmente manovrabile”. Quel professionista era Ambrosoli e la valutazione sulla possibilità di manovrarlo si rivelò totalmente sbagliata.

Ambrosoli infatti non sottoscrisse alcun piano di salvataggio finendo per inimicarsi “tutta quell’area politica che in un certo modo era debitrice nei confronti di Sindona. Anche le azioni nei confronti di Baffi e Sarcinelli – spiega ancora Piroso – furono interpretate da molti come un modo obliquo di tutelare Sindona. Sicuramente tra i referenti o riferimenti di Sindona, in maniera indiretta e obliqua, c’era Giulio Andreotti, attraverso il suo braccio destro Franco Evangelisti”.

L’omicidio

Ambrosoli nel febbraio del 1975 aveva già ben chiara la portata di quanto stava scoprendo con le sue ricerche, nonché delle conseguenze alle quali lo avrebbero potuto portare, tanto da scrivere, in una lettera a sua moglie, che “in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese […] Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo”.

Fu assassinato l’11 luglio del 1979 da un sicario ingaggiato dallo stesso Sindona.

Le colpe della politica

“Quando fallisce una banca – è la chiosa di Mieli – spesso c’è qualcuno che punta a inserirsi per lucrare su quel salvataggio. Quella della Banca Privata Italiana è la storia di una presa di coscienza da parte del potere pubblico che dietro quel fallimento c’erano motivi abietti, e lo Stato nonostante le forti pressioni non intervenne e lasciò che la banca fallisse. Il fallimento portò drammi, ma anche luci, perché vennero fuori cose che fino a quel momento erano invisibili, permettendo di fatto un nuovo inizio. Ma ai funerali di Ambrosoli lo Stato non si presentò, e per gli storici è pesante la condanna politica nei confronti di chi ha lasciato che questi scandali si compissero lasciando una scia di sangue sul selciato. È stata questa una presa di coscienza da parte degli italiani dell’entità e della gravità della commistione tra il potere politico e un potere bancario marcio”.

Intervento di:

Paolo Mieli

Giornalista e storico, negli anni Settanta allievo di Renzo De Felice e Rosario Romeo, è stato giornalista all’“Espresso”, poi a “Repubblica” e alla “Stampa”, di cui è stato anche direttore. Dal 1992 al 1997 e dal 2004 al 2009 ha diretto il “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri per Rizzoli, Le storie, la storia (1999), Storia e politica (2001), La goccia cinese (2002) e I conti con la storia (2013), vincitore del premio Città delle rose e del premio Pavese.