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Sette sorelle per Enrico Mattei

Exxon, Mobil, Texaco, Socal, Gulf, BP, Shell, le prime cinque degli Stati Uniti, la sesta dall’Inghilterra, l’ultima a metà strada fra Gran Bretagna e Olanda. Sono le cosiddette sette sorelle, ovvero le sette compagnie petrolifere che nella seconda metà del Novecento incidevano notevolmente non solo sul mercato del greggio (dai prezzi alla distribuzione dei combustibili) e quindi dell’economia, ma erano in grado di condizionare non poco sulle attività politiche dei paesi nei quali avevano interesse.

In questo scenario, Enrico Mattei si è detto sempre convinto che la politica estera italiana, nel campo del petrolio, dovesse passare inevitabilmente dal suo ruolo e dalla sua figura (e quindi dalla politica a lui vicina). Ed è anche per questo motivo che il petroliere italiano non si è mai sottomesso ad accordi orientati a creare un grande quadro di politica estera. Di estrazione partigiana, tanto da essere il presidente dell’Associazione Italiana Partigiani Cristiani, conosceva da vicino la Resistenza, tanto da trasformarla in una sua chiara determinazione operativa.

Il bivio fra politica e impresa

Da quell’estrazione partigiana nasce la Democrazia Cristiana ed Enrico Mattei viene coinvolto in un progetto che lo vedesse al centro della politica che avrebbe dovuto guidare il Paese nella ricostruzione. Ma lui, che era comunque onorevole, scelse di dedicarsi all’impresa più grande e affascinante: la scoperta e la diffusione del petrolio in modo da far accrescere il prestigio dell’Italia nel mercato internazionale, sotto il marchio Eni.

Tuttavia, la sua attività politica fu orientata alla grande vicinanza al partito dal quale proveniva: la DC. E fra tutti, i suoi principali punti di riferimento furono Amintore Fanfani, l’uomo che avrebbe peso un ruolo di primo piano dopo Alcide De Gasperi; e Giorgio La Pira, sindaco di Firenze. Al di là di questo, Mattei si presenta come un imprenditore spregiudicato, capace di sostenere in maniera trasversale tutti i partiti quando necessari per approvare leggi e norme favorevoli al mercato del petrolio.

Lo stile Mattei

Era un uomo moderno nell’Italia che chiedeva di ripartire, Enrico Mattei, alla continua ricerca del business, un modello per chi ambiva a fare imprenditoria, ma anche soggetto ad essere invidiato per il ruolo e i risultati conseguiti. Lo disegna bene il compianto Francesco Rosi alla regia de “Il caso Mattei” (1972)  quando nella scena di quello che fu il suo ultimo volo, il pilota rivolgendosi a Mattei gli dice: «Ingegnere, ha visto che luna?». E lui, scrutandola, di rimando: «Chissà se c’è il petrolio lassù».  Il suo strano rapporto con la politica era riassunto in una frase ricorrente: «I politici per me sono come un taxi, salgo, faccio il viaggio, pago, scendo e non ne voglio più sapere». Questo modello fu emulato, dopo la sua morte, da molti che però non avendo lo stesso carisma e caratura inevitabilmente arrecarono molti danni. Doveva essere il rottamatore dell’Agip, invece divenne l’abile stratega che la trasformò nel colosso Eni.

La notte di Bascapè

Il 27 ottobre del 1962, rientrando a Milano da Catania, a bordo del suo aereo personale, perse la vita in un misterioso incidente insieme al pilota e un giornalista americano. Poco prima di avvicinarsi a Linate, il velivolo precipitò nelle campagne attorno a Bascapè (Pavia) mentre nella zona infuriava un violento temporale. Una morte, quella di Mattei, avvolta nel mistero e che solo anni di indagini hanno appurato che l’imprenditore sia stato vittima di un attentato, tanto da riaprire tutto il percorso di un caso archiviato fin troppo presto («Il fatto non sussiste»). La magistratura ha appurato che si tratta di attentato e anche i rilievi hanno stabilito che si sia trattata di un esplosione dell’aereo evidentemente manomesso, come i tanti segnali giunti a Mattei nei mesi precedenti il grave fatto. Non solo, ma a Mattei  è anche legato in qualche modo – secondo la magistratura – l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro il quale stava per pubblicare quanto scoperto circa i mandanti dell’uccisione di Mattei, per il quale rimane principale indiziato Eugenio Cefis, vice presidente Eni costretto alle dimissioni dallo stesso Mattei perché in mano alla Cia. Cefis dopo la morte di Mattei tornò in auge fino a diventare presidente dell’Eni.

Intervento di:

Paolo Mieli

Giornalista e storico, negli anni Settanta allievo di Renzo De Felice e Rosario Romeo, è stato giornalista all’“Espresso”, poi a “Repubblica” e alla “Stampa”, di cui è stato anche direttore. Dal 1992 al 1997 e dal 2004 al 2009 ha diretto il “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri per Rizzoli, Le storie, la storia (1999), Storia e politica (2001), La goccia cinese (2002) e I conti con la storia (2013), vincitore del premio Città delle rose e del premio Pavese.