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Una Repubblica fondata sul lavoro

Il boom economico italiano che si sviluppò fra la fine degli anni ’50 e la prima metà degli anni ’60 andò oltre la dimensione economica, segnando l’inizio di un periodo di grandi trasformazioni di natura sociale. “L’effetto benefico di quell’arricchimento di tutto il Paese, quella spinta velocissima che portò il Paese dall’essere una realtà per lo più contadina a una potenza industriale – spiega Mieli – avvenne non sulle basi di una speculazione, ma sul lavoro. L’Italia era un Paese in cui i piccoli, i poveri, i contadini e i ceti medi avevano un’etica del lavoro che, tra innegabili sofferenze, costruirono quel boom basandolo sulla produzione e creando un fenomeno sul quale l’Italia avrebbe campato ben oltre quel periodo. Verso la fine del Novecento ci siamo abituati invece a pensare ai boom virtuali, dimenticando spesso che la crescita di ricchezza senza una operosità che produce materialità può sparire come si è creata. È questa la differenza tra le bolle speculative e il vero e proprio boom economico“.

L’Italia è mobile

“Il boom economico italiano – afferma Battista – dimostra che l’economica non è solo una cosa astratta fatta di numeri, calcoli e conteggi, ma può cambiare radicalmente la vita delle persone, proprio come accadde all’Italia. La vitalità con la quale l’Italia ha voluto rialzarsi dalla distruzione della guerra, pur con fenomeni di spontaneismo spesso caotico e privo di regole, ha portato una larga fetta di persone a entrare nel ceto medio e ha visto il consumo diventare fenomeno diffuso e ordinario anche da noi. Cambiarono le case degli italiani, le cucine si dotarono di elettrodomestici, le donne conquistarono degli spazi di autonomia e libertà che finirono per cambiare anche la mentalità e la percezione di se stesse. La cosa che più cambiò fu la mobilità: se prima ci si muoveva soprattutto con i treni e, pochissimi, con gli aerei, in quel periodo si ebbe una motorizzazione di massa che permise agli italiani di scoprire la stessa Italia. La rapidità con la quale si costruirono infrastrutture imponenti che permisero di connettere aree del Paese fino a quel momento distanti giorni di marcia appare fenomenale alla luce dei ritardi e delle lungaggini alle quali siamo abituati nell’Italia di oggi (Vedi “L’Autostrada del Sole: storia di un successo”). Basta guardare le foto delle donne nelle campagne prima del boom economico e quelle degli appartamenti dopo: si vedono, in sostanza, due Italie diverse”.

Comprendere il boom economico

“La cosa che più colpisce del boom economico – conclude Mieli – è quanto poco esso fu percepito dagli italiani nel periodo in cui lo vivevano, almeno nella prima parte. Se leggiamo quanto si scriveva all’epoca ci rendiamo conto della diffusa idea di un’Italia arretrata, mentre era già l’Italia delle 600 a disposizione di una larga fetta di popolazione. Succede spesso, nella storia, che la percezione che si ha dell’epoca in cui si vive è più un lascito di quella precedente che una percezione reale e adeguata alla realtà in essere; questo è il caso del boom economico italiano“.

Intervento di:

Paolo Mieli

Giornalista e storico, negli anni Settanta allievo di Renzo De Felice e Rosario Romeo, è stato giornalista all’“Espresso”, poi a “Repubblica” e alla “Stampa”, di cui è stato anche direttore. Dal 1992 al 1997 e dal 2004 al 2009 ha diretto il “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri per Rizzoli, Le storie, la storia (1999), Storia e politica (2001), La goccia cinese (2002) e I conti con la storia (2013), vincitore del premio Città delle rose e del premio Pavese.