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Le radici del Piano Marshall

Dopo la Grande Guerra le potenze vincitrici, in particolare la Francia che aveva subito l’aggressione della Germania, furono molto esigenti nell’ansia di essere pienamente risarcite per i danni subiti. La Germania, nel tentativo di stare dietro a questi obblighi, attraversò un periodo tormentatissimo il cui esito fu nel 1933 l’ascesa del nazismo e nel 1939 l’inizio della Seconda Guerra Mondiale (Vedi “Grande depressione: l’economia nella Crisi del ’29”).

L’innovazione del Piano Marshall

Nel 1945, a conflitto terminato, gli Stati Uniti non vollero commettere lo stesso errore commesso dalla Francia alla fine della Grande Guerra, e fecero l’opposto; il Piano Marshall è stato così un piano di aiuto alle potenze che avevano perso la guerra e a quelle limitrofe: “Fu geniale – sottolinea Mieli – perché anziché vendicarsi della Germania e probabilmente costringerla di nuovo in una situazione potenzialmente esplosiva gli Usa crearono nell’Europa il principale interlocutore di mercato e politico”, proprio nel momento in cui l’Unione Sovietica ascendeva come altra grande potenza mondiale. “Fu una delle idee più innovatrici del secolo”.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Europa era infatti un continente distrutto e stremato dai sei anni di conflitto, oltre ad essere diviso. Se la parte occidentale fu liberata dall’alleanza anglo-americana, la parte orientale fu stata liberata e occupata dall’Unione Sovietica.

Si scontrarono dunque la visione liberal-democratica abbinata al libero mercato e quella del socialismo reale. In questo contesto gli Stati Uniti d’America, usciti dal conflitto in buone condizioni economiche non avendo avuto la guerra “in casa” e, anzi, avendo potuto esaltare la propria industria bellica, lanciarono un grande programma di ricostruzione europea. Ad annunciarlo fu il Segretario di Stato americano George Catlett Marshall in un discorso ad Harvard nel giugno del 1947.

Il Piano Marshall e la Guerra Fredda

Gli Usa, intervenendo con il loro supporto in Europa, crearono una forte integrazione tra le economie delle due sponde dell’Atlantico. La proposta americana era in origine estesa anche ai Paesi europei dell’est, un intento che non era visto per nulla di buon occhio dal leader sovietico Stalin. L’URSS non aveva certo le risorse per pareggiare lo sforzo americano ed ebbe paura che il Piano Marshall fosse uno strumento in grado di far arretrare la sua influenza nel Vecchio Continente. L’Unione Sovietica impose così ai suoi “stati satellite” il rifiuto degli aiuti statunitensi (che fu così sostanzialmente osteggiato anche dai partiti comunisti dell’Europa occidentale, compreso il PCI italiano).

“Se dunque da una parte – sottolinea Antonio Carioti – il Piano Marshall fu lo strumento per la ripresa economica dell’Europa occidentale e la premessa per il miracolo economico dei suoi principali Paesi, dall’altro approfondì il solco tra i due blocchi destinati a durare mezzo secolo”.

“Oggi alcuni storici sostengono che in qualche modo il Piano Marshall generò una dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti – afferma Mieli – facendo dell’Europa una sorta di continente di serie B rispetto all’America. Non è vero; il Piano Marshall aiutò l’Europa a rimettersi in piedi e se il Vecchio Continente nel secondo dopoguerra ha avuto un ruolo subalterno nei confronti degli Usa questo è solo perché gli Stati Uniti ebbero un ruolo di gigante in opposizione all’Unione Sovietica, ruolo che la stessa Europa non era in grado di recitare. Allo stesso tempo, non si possono attribuire al Piano Marshall le colpe delle degenerazioni europee della seconda metà del Novecento: il Piano non era cioè pensato come strumento della Guerra Fredda”.

Intervento di:

Paolo Mieli

Giornalista e storico, negli anni Settanta allievo di Renzo De Felice e Rosario Romeo, è stato giornalista all’“Espresso”, poi a “Repubblica” e alla “Stampa”, di cui è stato anche direttore. Dal 1992 al 1997 e dal 2004 al 2009 ha diretto il “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri per Rizzoli, Le storie, la storia (1999), Storia e politica (2001), La goccia cinese (2002) e I conti con la storia (2013), vincitore del premio Città delle rose e del premio Pavese.