Finanza comportamentale: di cosa parliamo?

Condividi su: Facebook Twitter

La finanza comportamentale costituisce una branca relativamente recente della psicologia che tratta le varie tipologie di approccio degli individui, dal punto di vista comportamentale, rispetto agli investimenti.  Il presupposto dal quale partire è la struttura dei mercati, costituiti da soggetti che stabiliscono delle relazioni tra loro tramite l’utilizzo di informazioni di carattere oggettivo ma anche attraverso la propria personale visione ed interpretazione delle informazioni stesse. La finanza comportamentale ingloba in sé aspetti di psicologia cognitiva e teorie di natura finanziaria propriamente dette. Gli studi messi a punto in questo specifico ambito di interesse hanno evidenziato alcuni tratti tipici dei soggetti coinvolti, ovvero i possibili errori, l’elemento dell’irrazionalità e spesso la mancanza di una conoscenza reale dell’argomento, in tal modo spiegando quelle che si sono andate sempre più diffondendo come vere e proprie “anomalie” del mercati finanziari.

Le origini dello studio comportamentale della finanza risalgono alla metà degli anni ’70, con gli interventi di Daniel Kahneman e Hersh Shefrin, che per primi compresero l’importanza della materia relativamente a quella che sarebbe stata la nuova finanza aziendale. Il presupposto è basato sul fatto che le regole empiriche sviluppatesi nel corso della storia dal cervello dell’uomo per adattarsi all’ambiente circostante possano, se applicate in ambito finanziario, portare ad errori anche notevoli. E’ dunque fondamentale capire come determinati comportamenti possano influire su scelte di carattere, per l’appunto, finanziario.

Quando parliamo di BIAS, ad esempio, ci riferiamo (utilizzando un termine anglosassone) alla predisposizione dell’individuo a commettere uno sbaglio di tipo cognitivo. In sintesi, a nutrire un “pregiudizio”: ne è un caso evidente l’overconfidence (ovvero l’eccessiva fiducia in se stessi), che può condurre un manager troppo convinto delle proprie qualità a non valutare o addirittura a non vedere i segnali del mercato e, conseguentemente, a commettere degli errori . Analogamente, può accadere  di sovrastimare la possibilità di controllo sui risultati ottenibili, che naturalmente non dipendono soltanto dalle proprie personali capacità ma anche da variabili esterne. Esiste poi tutta una serie di comportamenti basati su stereotipi e luoghi comuni, che portano i soggetti coinvolti a sviluppare un’errata percezione della realtà e, di conseguenza, a distorcerla: ne sono esempi  l’idea, diffusa tra la popolazione, che attraverso la rete si possa arrivare a comprendere l’intero funzionamento dell’economia, oppure la tendenza di alcuni dirigenti di basarsi esclusivamente sulle informazioni delle quali sono in possesso per elaborare un’idea dei mercati, applicando quindi soltanto una parte degli elementi realmente in atto per arrivare ad una conclusione e determinare un giudizio. Ancora, esistono specifici capisaldi dai quali gli individui possono scegliere di non discostarsi nella loro elaborazione di un pensiero economico, letteralmente “ancorando visi” anche quando le circostanze esterne fossero cambiate (accade, ad esempio, in merito alle previsioni di crescita nelle fasi di recessione ed espansione della società). Parliamo invece di “effetto framing” quando ciò che un manager decide di portare a termine viene influenzato dalla maniera in cui viene realizzata la descrizione di tale obiettivo, cioè dalla presentazione del suo “quadro di riferimento”. Tale elemento è uno degli aspetti della cosiddetta “teoria del prospetto”, che venne elaborata proprio per spiegare come i soggetti prendano delle decisioni che comportino dei rischi e generino delle insicurezze. Essa ingloba il fondamentale concetto dell’avversione alla perdita, che conduce gli individui ad evitare il pericolo quando si trovano di fronte all’eventualità di ottenere un guadagno o di incorrere in una perdita.

Gli specialisti del settore hanno a lungo analizzato e valutato come poter mettere in atto il processo di “debiasing”, ovvero di correzione dei “bias” cognitivi, arrivando alla conclusione che il riconoscimento degli sbagli non possa comunque condurre ad una automatica modifica del comportamento di chi tali sbagli li ha commessi. Il processo è lungo e richiede un tempo di assimilazione degli errori che, purtroppo, in ambito finanziario spesso non è conciliabile con la necessità di azione. La coscienza del fatto che tali dinamiche possano entrare in gioco è però, senza dubbio, il primo passo per un processo di cambiamento.

Per approfondimenti: http://orizzonti.tv/canali/educonomia/