Il nuovo “Piano Juncker” per gli investimenti: estensione al 2020 e ampliamento a 500 miliardi. La valutazione degli esperti

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Nonostante che il 2017 sia l’anno celebrativo della ricorrenza della firma dei Trattati di Roma del 1957 , da casa Europa sono certamente scarse le notizie positive che vengono diffuse . Ecco perché va accolta con soddisfazione e adeguatamente posta in risalto la decisione dei ministri dell’Ecofin di estendere temporalmente al 2020 il Piano d’Investimenti Juncker , importante per il sostegno all’economia reale dell’UE .

Fin dal momento della sua presentazione ufficiale avvenuta nel  novembre del 2014 e successivamente della sua piena operatività nel luglio del 2015 , del Piano d’Investimenti Juncker si è più volte discusso tra gli esperti , anche con accenti critici . Due , in particolare , sono stati gli appunti mossi : la relativamente ridotta dimensione complessiva degli investimenti previsti nell’arco del triennio 2015/18  (315 miliardi di euro ); la presenza di alcuni aspetti tecnici della strumentazione messa in campo, quali l’elevata leva finanziaria (15) e la ridotta dimensione del capitale iniziale di 21 miliardi di euro di cui , però, solo 13 effettivi ( e di questi 13 , ben 5 forniti dalla Banca Europea per gli Investimenti -BEI ) .

A completamento dell’architettura complessa messa in piedi dal Piano Juncker  va ricordato il ruolo operativo cruciale del Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (FEIS) ; un fondo , che secondo gli ultimi dati disponibili  ha investito in Italia 1,4 miliardi di euro , mobilitando un giro d’affari di poco meno di 5 miliardi di euro creando oltre 3mila posti di lavoro .

Per valutare le ulteriori potenzialità positive della già ricordata  estensione temporale al 2020 e dell’ampliamento dimensionale a 500 miliardi di euro della nuova edizione del  Piano Juncker , si riportano qui di seguito un paio  di  valutazioni espresse in merito.

Cominciando da Michele Bagella , docente di Economia Monetaria presso l’Università di Roma Tor Vergata , che non può esimersi dal porre in primo piano come “ l’impatto sull’economia europea del Piano Juncker è stato inferiore al moltiplicatore previsto (15) “ . E , inoltre , “ lascia l’amaro in bocca il reiterato rifiuto di consentire l’emissione di bond alla BEI per accrescerne il potenziale di intervento “. Una condizione essenziale che avvicinerebbe la BEI ai modelli operativi della Banca Mondiale e della Banca Interamericana di Sviluppo ”potendosi così realizzare non solo gli obiettivi del Piano Juncker , ma anche e soprattutto quelli di crescita complessivi auspicati dal Trattato di Roma che ha istituito la stessa BEI “ .

Va , poi , registrata l’opinione critica di Fabio Cerchiai , Presidente di Atlantia e una lunga esperienza dei mercati finanziari  che  , dato atto della positività del tentativo di definire una strategia della competitività a sostegno degli investimenti privati , punta , però , il dito  “ sull’execution del Piano Juncker che mostra sicuramente dei limiti e rappresenta probabilmente un esempio emblematico della ridotta efficacia dell’attuale costruzione europea . Infatti , esso è sostanzialmente incapace di fornire risposte rapide , visibili e consistenti alle esigenze di rilancio del sistema produttivo e della società europea “.

In tema di infrastrutture – aggiunge Cerchiai –  cruciale è l’importanza del fattore tempo anche in misura superiore alle stesse risorse finanziarie che sono facilmente reperibili sul mercato . Così come “ indispensabile è l’avere regole chiare e durevoli che dovrebbero rappresentare il vero ed irrinunciabile contributo dell’Autorità competente nella partnership pubblico/privato per gli investimenti infrastrutturali “

Due moniti , in definitiva , di cui tenere conto , se si vuole concretamente proseguire sulla strada della costruzione di una casa comune europea nello spirito che 60 anni fa ha animato quanti hanno sottoscritto i Trattati di Roma , offrendo una pagina di storia straordinaria e indimenticabile .