Il vocabolario (che fa sostanza) della nuova economia digitale

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Negli anni recenti una larga serie di servizi on line sono emersi con la promessa di rivoluzionare il modo in cui acquistiamo, andiamo in vacanza, ci spostiamo da un posto all’altro. In un’unica direzione: la collaborazione fra pari. Ovvero la connessione di beni e servizi in eccesso – pezzi di arredamento, posti disponibili per un viaggio in auto, una stanza in affitto o del tempo lavorativo – con altre persone che necessitano di quei servizi.

La tecnologia in tutti questi casi abilita nuove forme di consumo orientate all’utilizzo e non all’acquisto di un bene o un servizio, dando origine all’ecosistema della c.d. sharing economy.

Nell’ambito dell’economia digitale si sono poi sviluppati dei servizi fondati sull’utilizzo di piattaforme tecnologiche e logiche mobile nell’ambito di una catena del valore però che perde i caratteri collaborativi. E’ tutto il mondo della on-demand economy in cui, in questo caso un imprenditore, ridisegna un servizio facendo leva sulla tecnologia e sui vantaggi che ne conseguono per l’utente: la prossimità, la comodità, gli orari no-stop. Di collaborativo c’è ben poco, ci sono servizi tradizionali cui si risponde con una struttura imprenditoriale tradizionale: un imprenditore che ha un’idea, investe in tecnologia e paga delle persone per erogare un determinato servizio a gli utenti finali. Uber per la richiesta dei taxi in città ne è sicuramente l’esempio più famoso.

Le piattaforme della on-demand economy, poggiano su forme flessibili di lavoro come elemento chiave del loro modello di business, dando in questo modo impulso allo sviluppo senza precedenti dei c.d. freelance, chiamati a dare il loro contributo, più o meno professionale, su specifiche fasi dell’erogazione del servizio. E’ per questo motivo che si parla anche di gig-economy o economia dei lavoretti, enfatizzando il carattere esterno e indipendente dell’apporto di lavoro.

Nel frattempo in Italia, secondo i dati discussi recentemente nei workshop di “Sharitaly” – l’evento che ha portato in rassegna contenuti e protagonisti italiani dell’economia collaborativa – le piattaforme sono arrivate complessivamente a 206, incluse le 68 di crowdfunding. Di queste, e bene sottolineare, oltre il 50% non supera ancora i 5.000 utenti attivi.

Un mondo variegato ed in continua evoluzione, che richiede chiarezza nei termini ma soprattutto qualche riflessione strategica, a livello nazionale, in termini regolamentari e occupazionali.