In Italia la moda diventa preda dell’estero

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Perché il business della moda italiana piace ai gruppi esteri?

Il nostro Paese, nel campo della moda, possiede gruppi molto più ricchi di liquidità e con un più basso indebitamento, benché molto più piccoli, rispetto a quelli francesi.

Secondo i dati del rapporto sul sistema di R&S Mediobanca, infatti, la liquidità dei 15 principali marchi italiani è salita del 26% a 5,5 miliardi tra il 2011 e il 2015, laddove i debiti sono soltanto il 21% del patrimonio. Questa condizione li espone alla possibilità di un importante interessamento dall’estero, soprattutto nei confronti di alcune aziende particolarmente appetibili (vedi quella di Armani che ha una liquidità superiore ai 600 milioni). In base a quanto emerge dal rapporto sui bilanci aziendali presentato contestualmente all’inizio della settimana “moda donna” a Milano, a fine 2015 Armani aveva un’incidenza della liquidità sui debiti di oltre il 509mila per cento, considerando, ad esempio, che Max Mara ha un’incidenza di liquidità sui debiti del 785%, Geox  del 452%, Tod’s  del 260%, Otb (il “Diesel” fondato da Renzo Rosso) del 205% e D&G del 180%.

La moda italiana continua ad interessare, dunque, gli investitori di tutto il pianeta. Fenomeno, questo, ampiamente diffuso già da diversi anni. Ricordiamo, per fare un nome su tutti, la storica casa di moda Krizia, fondata dalla bergamasca Mariuccia Mandelli e da Flora Dolci nel 1954, quando finì sotto il controllo della cinese Shenzhen Marisfrolg Fashion (società molto più giovane, fondata nel 2003 dall’imprenditrice Zhu ChongYun).

Dopo l’interesse per il settore agroalimentare e nello specifico per il noto vino Chianti,  i cinesi nel 2014 acquistarono il marchio Krizia con un’operazione di acquisizione di uno dei fiori all’occhiello del made in Italy, valutata per un miliardo di euro a livello di  “enterprise value”, ovvero del valore totale dell’azienda espresso come totale del capitale di rischio e del debito a prezzi di mercato. In quel caso le previsioni parlarono di 150 milioni di euro di capitali freschi in entrata che sarebbero serviti per i rimanenti 60 milioni di indebitamento, oltre che per  finanziare il successivo sviluppo della società.

 

Le prospettive per i Gruppi della moda

La prospettiva è che un numero sempre maggiore di investitori, industriali o finanzieri, sarà interessato ad acquistare anche a costi elevati attività e marchi italiani che hanno effettivi buoni margini di crescita e di espansione in termini di ampliamento del giro di affari e degli utili.

In  borsa, del resto, già nell’anno di vendita del marchio Krizia giravano cifre elevate, se pensiamo a Salvatore Ferragamo con 1153 milioni di fatturato l’anno precedente ed +17%, che capitalizzò 3,96 miliardi, o un Brunello Cucinelli  che con 322,5 milioni di ricavi l’anno prima ed un +15,4% su base annua capitalizzò ben  1,4 miliardi.

Per tanti imprenditori italiani la tentazione di vendere è, innegabilmente, molto forte.