La filosofia del bail-in: di cosa parliamo?

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Bail-in: il significato della parola

Si tratta di un neologismo nato a seguito della crisi finanziaria del secondo decennio del XXI secolo. Con “bail” si fa riferimento alla cauzione che si paga per non andare in prigione: se con “bail-out” ci si riferisce alla condizione nella quale qualcuno interviene pagando per aiutare qualcun altro, con “bail-in” quella in cui chi è in grave difficoltà deve contare solo sulle proprie forze, quindi senza interventi esterni, per cavarsela.

Bail-in e Banche

L’espressione non è che lo specchio di una filosofia dilagante in Europa, la cui diffusione è partita dal mercato del credito con la “Direttiva 2014/59/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 15 maggio 2014 , che istituisce un quadro di risanamento e risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento”.  Parliamo di un documento complesso contenente una tipologia di sussidiarietà estrema che costringe le banche ed altre entità di natura finanziaria di salvarsi da sole ogni qual volta si trovino in difficoltà ed obbligate a risanare i debiti. La prima applicazione della direttiva è avvenuta nei confronti delle quattro banche italiane in crisi dal novembre 2015 (Banca Marche, Banca Popolare dell’Etruria, CariChieti, Carife).

Bisogna sottolineare che essa non esclude l’intervento dello Stato qualora serva per il salvataggio, ma limita il trasferimento di fondi tra le filiali di una stessa banca che si trovino in Paesi diversi, secondo un ragionamento che certo non è in linea con un atteggiamento che miri ad una solida e piena unione monetaria, in base alla quale dovrebbe venire agevolato e favorito lo sviluppo di banche sovranazionali con reale libertà di movimento in termini di liquidità e di altre azioni finanziarie all’interno dell’Unione Europea.

Bail-in e immigrazione

Il salvataggio con le proprie forze non è l’unico ambito di azione della filosofia del “bail-in”. Un altro è senza dubbio quello delle migrazioni: quando i rappresentanti dell’Unione Europea non riescono a stabilire un accordo in merito alla ripartizione dei migranti, ognuno è legittimato ad agire per proprio conto e in base alle proprie idee.

Accade così che vi siano Paesi decisamente poco ospitali, come la Polonia, che non sono interessati a sentir parlare di solidarietà e la cui adesione all’Unione Europea è motivata esclusivamente dai fondi destinati agli Stati ex-socialisti e dal fatto di avere una sorta di protezione militare contro la Russia.

Analogamente la Gran Bretagna è riuscita ad ottenere la riduzione dei benefici sociali (soprattutto degli assegni familiari) per i cittadini europei che lavorano in Inghilterra: tale concessione non fa altro che immettere nuove divisioni e difficoltà in un terreno nel quale si era riusciti a generare mobilità e scambio. In attesa, tra l’altro, dell’effettiva entrata in atto della Brexit. In effetti, a be vedere, la filosofia del “bail-in” era già stata utilizzata durante la crisi finanziaria britannica, quando Il Regno Unito, pur aiutando le banche irlandesi solo perché saldamente legate a quelle inglesi (e talvolta anche di loro proprietà), si rifiutò nettamente di prender parte ai salvataggi di Paesi dell’Europa de Sud come Portogallo e Grecia

Altrettanto potrebbe dirsi della Germania, che non vuole in alcun modo dirigersi verso una reale assicurazione federale sui depositi bancari ostacolando così il perfezionamento dell’euro.

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