La partita iva: di cosa parliamo?

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Con il termine “partita iva” , acronimo di “imposta sul valore aggiunto”, ci riferiamo ad uno specifico strumento a disposizione dei lavoratori autonomi, dei liberi professionisti e delle società, che lo usano per poter svolgere la propria attività professionale ed essere in regola dal punto di vista fiscale. Chiunque operi al di fuori del regime di partita iva, infatti, risulta perseguibile dalla legge, a meno che non siano presenti speciali deroghe.

La partita iva, identificabile con un elenco di undici numeri che servono proprio per risalire allo specifico soggetto che ne è l’intestatario (sia che si tratti di una persona giuridica che di una persona fisica), è dunque lo strumento migliore di cui ci si possa avvalere per lavorare autonomamente e nella legalità, emettendo fattura e pagando con regolarità la previdenza sociale e i contributi.

Le undici cifre di cui essa si compone hanno una specifica valenza: le prime sette identificano l’impresa o il cittadino (come persona fisica), permettendo così il collegamento tra un determinato soggetto e l’attività lavorativa che svolge. I tre numeri che seguono vengono invece utilizzati per il riconoscimento da parte dell’Ufficio delle Entrate, mentre l’ultima cifra ha soltanto una funzione di controllo.

Pur non essendoci differenze tra i titolari di questa tipologia di strumento, esistono delle diverse applicazioni del regime iva. L’imposta sul valore aggiunto tiene infatti conto di aliquote differenti sulla base del tipo di servizi e di generi. In Italia l’aliquota minima è ad esempio del 4%, ma quella ordinaria è fissata al 22% e rappresenta la quota generica.

Pur nelle diverse applicazione del regime iva, comunque, tutti i soggetti che lavorino in maniera autonoma hanno l’obbligo di pagare la percentuale prevista per la loro posizione allo Stato. Se consideriamo i casi di cittadini che esercitino una certa attività in maniera abituale e continuativa, essi saranno tenuti ad operare “in regime di partita iva”, tenendo conto del fatto che la soglia oltre la quale l’apertura della partita iva stessa si considera da effettuarsi è di 5 mila euro di redditi lordi annui.

Al di sotto di tale sogli, infatti, è possibile lavorare con ritenuta d’acconto. E’ importante sottolineare il fatto che l’apertura della partita iva ha a che fare con l’abitualità e la frequenza dell’attività svolta e non con il puro ricavo ottenuto. La legge nel nostro Paese prevede in tal senso che sia possibile svolgere le cosiddette attività occasionali a condizione che esse abbiano una durata non superiore ai 30 giorni per anno solare e per committente.

Un incarico che venisse prolungato per un tempo più lungo, infatti, comporterebbe la necessità di aprire una partita iva, proprio perché tale attività non avrebbe più il carattere dell’occasionalità.