La situazione dell’Italia nel campo delle energie rinnovabili

Condividi su: Facebook Twitter

Il calo dell’idroelettrico in Italia

A partire da ottobre 2016 nel nostro Paese si è evidenziato un brusco calo nell’ambito della produzione di energia idroelettrica: parliamo di un -35,4% rispetto all’anno precedente, con un generale decremento dell’energia prodotta da fonti rinnovabili del 12%. Secondo quanto riportato da Terna, ovvero dal maggior operatore di reti per la trasmissione dell’energia elettrica, sulla base delle informazioni raccolte proprie nel mese di ottobre scorso, nel nostro Paese la domanda di energia è invece sostanzialmente stabile a 25,8 miliardi di KWh, con un decremento dell’1,7% ma con una produzione interna di + 7,1% rispetto al 2015: il risultato è, per l’Italia, un 91,1% di autosufficienza energetica.

Pur nell’apparente positività dei dati rilevati, il calo dell’idroelettrico sopracitato ha comportato una perdita ingente, che è stata parzialmente bilanciata dal fotovoltaico (+13,4%) e dall’eolico (+1,3%). In salita, al primo posto con un +19%, il termico, che pure non ha ottenuto un rilevante contributo ai fini del raggiungimento di suddetta percentuale da parte delle biomasse: parliamo della frazione biodegradabile di prodotti, rifiuti e residui provenienti dall’agricoltura, dalla silvicoltura e dalle industrie collegate – comprese pesca ed acquacoltura, oltre agli elementi biodegradabili dei rifiuti urbani e industriali.

In base all’ultimo report dell’IEA (International Energy Agency) a livello di capacità di installazione l’energia proveniente da fonti rinnovabili ha comunque surclassato il carbone, proprio grazie a fotovoltaico ed eolico.

 

Le start up in campo green

Si potrebbe pensare che una tale condizione possa rappresentare uno stimolo alla nascita di startup del settore: in effetti le iniziative in tal senso sono numerose, ma i risultati in termini di fatturato e investimenti sono esigui. In relazione ai tassi di crescita, le startup costruite in questo ambito incidono per il 10% sulle 6400 imprese che ritroviamo nell’archivio elettronico delle Camere di Commercio. In particolare, secondo quanto riportato dall’Icom (Istituto per la Competitività – associazione no profit) che ha realizzato un rapporto sull’innovazione energetica per il 2016, la stima è di 545 su 5097 totali registrate nel 2015, con poca visibilità in relazione ai ritorni economici. Soltanto poco più del 40% delle startup di tipo energetico ha dichiarato un fatturato che superasse i 100mila euro, con un 2% al di sopra dei 500mila ed un 1,6% con profitti superiori al milione di euro.

Ciò che manca sono i giusti finanziamenti da parte degli investitori, l’1% su una cifra complessiva di 180 milioni. Sulla base di quanto riportato al Sole 24 Ore da parte dell’Osservatorio Startup Hi Tech del Politecnico di Milano, tra il 2015 e il 2016 su 180 startup hi-tech finanziate, solo il 5% rientrava nel gruppo delle energie pulite, laddove il 75% era rappresentato dal digitale ed il 20% dalle biotecnologie. Negli anni la quota dedicata alle energie rinnovabili è via via diminuita: dal 16% del 2012 si è passati al 6% del 2014.

Antonio Ghezzi, direttore dell’Osservatorio, ha attribuito tale condizione di crisi sia alla preparazione eccessivamente lunga che alla mancanza di consistenti finanziamenti: “Il comparto Cleantech & Energy delle startup hi-tech finanziate richiede periodi di incubazione mediamente superiori a quelli in ambito digitale e non ci sono alle spalle fondi di investimento specializzati in scienze della vita come nel caso del biotech”.

Da ammirare, comunque, quanto fatto in qualità di startup scouting da parte di grandi realtà come Eni, Enel, TotalErg, Snam, Era, Siram ed Engie. E naturalmente l’iniziativa lanciata da Shell e denominata “Make the future”, pensata proprio per dare sostegno a startup nel campo delle energie rinnovabili, con la speranza di trovare idee nuove e intelligenti che sappiano generare guadagni da condizioni sempre meno inquinanti.