La vicenda del Banco Ambrosiano nella storia economica italiana

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La nascita del Banco Ambrosiano

Nato il 27 agosto 1896 per volere dell’avvocato bresciano Giuseppe Tovini, il Banco Ambrosiano rappresentava una delle numerose banche private italiane legate al Vaticano. Le sue vicende hanno attraversato gran parte della storia economica del Novecento italiano.

Per proteggere il suo carattere di “banca cattolica”, a tutti coloro che si presentavano come possibili futuri dipendenti veniva richiesto il certificato di battesimo da presentare al momento dell’assunzione, unitamente ad un attestato di fede rilasciato dal parroco della propria parrocchia di appartenenza.

I primi sessant’anni anni di vita del Banco Ambrosiano furono incentrati su una notevole prudenza sul mercato: all’interno dell’istituto depositavano i propri beni i facoltosi borghesi milanesi e le diocesi lombarde ed una quota rilevante veniva detenuta dai fratelli Vismara, che facevano parte di una ricca famiglia industriale della Brianza.

In principio il Banco realizzò un notevole successo, grazie al momento particolarmente favorevole dell’epoca giolittiana. Registrò anche in seguito un’ascesa intensa seppur intervallata da periodi critici, soprattutto per il fatto di essere una società ad azionariato diffuso (ovvero un’azienda che divide il proprio capitale sociale tra numerosi azionisti). Quest’ultima caratteristica rese gli amministratori dell’Istituto portatori di una diversità che nel tempo costituì un elemento fondamentale nel preservarne l’indipendenza.

Contestualmente, però, fu proprio per tale ragione che Roberto Calvi, che aveva iniziato in qualità di semplice impiegato alla fine degli anni cinquanta, riuscì ad alimentare la propria ricerca di potere. Cominciò ben presto, infatti, a lavorare nel settore degli affari esteri della banca, mettendosi in luce per i notevoli risultati raggiunti. Quando si dimise l’allora presidente in carica Canesi nel 1971, Calvi venne nominato amministratore delegato e da quel momento a seguirei assunse, di fatto (prima tecnicamente e poi formalmente) il controllo dell’istituto, del quale infine divenne presidente, nel 1975. Nel corso del suo mandato diede vita a svariate società finanziarie collocate in paradisi fiscali, facendosi coinvolgere in una rischiosa manovra di finanziamenti internazionali legati a realtà politiche ed economiche non esattamente conformi alla legge.

Il fallimento del Banco Ambrosiano

Il fallimento del Banco Ambrosiano arrivò nel 1982 e si configurò come quello che ancora oggi possiamo considerare il più grave dissesto finanziario in cui una banca italiana sia incorsa, con una perdita stimata in 1,2-1,3 miliardi di dollari. Tale evento si verificò, per l’appunto, proprio sotto la presidenza di Roberto Calvi, che venne soprannominato Il banchiere di Dio.

La società venne liquidata e per evitare la perdita dell’identità e di tutto ciò che l’Istituto aveva rappresentato nella storia del Novecento del nostro Paese, nacque il Nuovo Banco Ambrosiano, che si assunse il compito di far rinascere l’azienda.