L’agricoltura italiana che sfrutta la mano d’opera: il “caporalato”

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Il sistema agricolo italiano impiega quasi il 4% dell’intera forza lavoro occupata, comprendendo sia italiani che stranieri. Accanto a questo dato ufficiale vi è un mondo sommerso, purtroppo molto diffuso nelle campagne italiane, nel quale serpeggia il fenomeno del caporalato.

La parola caporalato viene usata abitualmente per indicare lo sfruttamento di braccianti agricoli italiani e stranieri. Le regioni più interessate a questo fenomeno sono da sempre al Sud della penisola, in particolare Puglia, dove si concentra il più alto numero di braccianti (almeno 30mila tra italiani e stranieri). Tuttavia il fenomeno del caporalato, o meglio, del nuovo caporalato, si sta diffondendo anche in regioni del centro e del nord come Lazio, Toscana e Piemonte.

Per la sua spregiudicatezza, per il volume di denaro che movimenta e per i danni sociali che provoca, il caporalato costituisce un fenomeno criminale che è stato paragonato alla mafia.

Stimare i numeri di questo fenomeno è molto difficile, si suppone che gli stranieri coinvolti siano circa 100mila con punte di 800mila nel corso dell’anno a seconda della stagionalità. Le aree di provenienza sono prevalentemente l’Africa centro settentrionale (Senegal, Ghana, Camerun) e i Paesi dell’Est Europa (Romania, Bulgaria e Polonia). Ad organizzare la tratta un battaglione di caporali di rango che, si stima, intorno alle 10mila unità.

Il reclutamento dei braccianti da parte dei caporali spesso avviene dentro e fuori i CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo), dove le persone hanno la necessità di trovare lavoro. Anche se ultimamente anche i caporali utilizzano il web e il cellulare, è più veloce e sfuggente l’individuazione.

Per quanto attiene la normativa nazionale, finalmente lo scorso mese di ottobre è stata approvata alla Camera la legge che prevede fino a sei anni di carcere per chi è giudicato colpevole del reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, cioè di caporalato.

Un bell’esempio concreto di lotta al caporalato è offerto dal progetto “Funky Tomato”, dove vi è un controllo pieno di tutta la filiera produttiva, trasformazione compresa.