Perché bisogna continuare a parlare di educazione finanziaria in Italia

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Si è concluso il mese dell’educazione finanziaria costellato da molteplici iniziative, sia nelle principali città italiane, sia in centri minori normalmente poco abituati a questo tipo di eventi.

Vale la pena di interrogarsi sul perché si continua a parlare così tanto di educazione finanziaria nel nostro Paese. Certamente, non si è solo in presenza dello sviluppo formale di un percorso che ha avuto la sua consacrazione iniziale con l’istituzione lo scorso anno del Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria. Quindi, una risposta soddisfacente all’interrogativo che ci si è posti va ricercata nel comprendere le ragioni profonde di questo orientamento al tema dell’educazione finanziaria.

Ad aiutare in questa ricerca sono di valido supporto due studi pubblicati proprio nello scorso mese di ottobre. Il primo, il Rapporto su “Gli Italiani e il risparmio”, curato dalla società Ipsos e presentato in occasione dell’ultima Giornata Mondiale del Risparmio celebrata dall’Associazione delle Casse di Risparmio Italiane – ACRI, ha confermato per l’ennesima volta la marcata propensione al risparmio dei nostri connazionali. Un’abitudine ormai consolidata da vari decenni e storicamente documentata,che rappresenta per il Paese un’autentica ricchezza. Va subito aggiunto che non si tratta di una considerazione fine a sé stessa,in quanto questa ricchezza si contrappone, ribilanciandone gli effetti negativi, alla voragine dell’indebitamento pubblico, determinando, così, valutazioni positive sulla stabilità economico-finanziaria complessiva dell’Italia da parte delle Istituzioni internazionali e degli operatori di mercato. Non è casuale, pertanto, come riportato nel Rapporto il fatto che “cresce la quota di Italiani che attribuiscono al risparmio una valenza che va oltre la sfera privata“, percependone “l’utilità, sia per educare le giovani generazioni a una vita consapevole ed equilibrata, sia per lo sviluppo sociale e civile del Paese”.

Il secondo studio, presentato dalla Consob qualche giorno prima, il ”Rapporto sugli investimenti finanziari delle famiglie italiane”, fa, invece, suonare un campanello d’allarme sul possibile uso del risparmio,chiamando direttamente in causa il livello di conoscenze finanziarie degli Italiani con esiti purtroppo ben poco rassicuranti. Come non rimanere esterrefatti, in realtà, di fronte alla percentuale  (mediamente il 50%) di coloro che nel campione selezionato dai ricercatori della Consob risulta essere sprovvisto delle più elementari cognizioni in materia finanziaria?

E, ugualmente, come non rabbrividire davanti al fenomeno particolarmente diffuso (circa il 40% del campione) di una sovrastima delle proprie conoscenze finanziarie e delle conseguenti capacità di scelte di investimento,anche qui con esiti che, ad una valutazione obiettiva, si dimostrano essere poco meditati,se non del tutto incauti?

Ecco, in definitiva, perché non può sfuggire all’analisi la marcata distonia tra la rilevante ricchezza rappresentata dallo stock accumulato di risparmio dai nostri connazionale e dalla loro propensione a continuare a risparmiare e l’evidente insufficiente livello di cognizioni economico finanziarie,con un potenziale impatto distruttivo di quella ricchezza e con effetti negativi che vanno ben al di là delle singole scelte individuali .

Come uscire fuori da questo dilemma che pesa sul nostro Paese? Per l’appunto con l’educazione finanziaria. Non considerandola un tema su cui riflettere solo in poche specifiche occasioni;quanto,invece, un argomento cruciale da sviluppare con percorsi coerenti fatti di strumenti e finalità appropriati. E con il duplice ambizioso obiettivo finale: da un lato di concorrere significativamente alla trasparenza del mercato,valore guida anche delle più recenti Direttive finanziarie dell’Unione Europea; dall’altro di contribuire in modo efficace al miglioramento della situazione economico sociale del nostro Paese.

Filippo Cucuccio