Pressione fiscale al 42,6%. Di cosa parliamo esattamente?

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L’argomento pressione fiscale non mette mai di buonumore. Ma di cosa parliamo esattamente?

Il termine pressione fiscale si riferisce alla quota reddituale dei cittadini che lo Stato e gli enti locali del territorio prelevano per poter portare a termine finanziamenti di tipo pubblico.

Per tutta una serie di servizi di prima necessità che devono essere garantiti alla popolazione, il Governo ha infatti bisogno di una determinata quantità di denaro: riesce a ricavarla proprio tramite la “leva fiscale” (che è un altro modo di definire il concetto). Ci riferiamo all’assistenza sanitaria, alle pensioni, ai sussidi, e così via.

Maggiore è la pressione fiscale, maggiori saranno quindi le entrate nelle casse dello Stato e – almeno in teoria – proporzionalmente dovrebbero esserlo anche la qualità e la quantità dei servizi pubblici erogati.

Parliamo quindi di un rapporto tra la somma della liquidità che lo Stato e gli enti sono in grado di realizzare in termini di tributi e contributi in un certo lasso di tempo (che normalmente è un anno) ed il reddito nazionale che viene prodotto nella medesima unità temporale.

All’interno di tale rapporto rientrano tutte le imposte: sia quelle dirette (ovvero le imposte sul reddito e sul patrimonio, come IRPEF e IRES), che quelle indirette (cioè le tasse su produzione e importazione: IVA, bolli, dazi doganali).

Quando parliamo invece di “contributi sociali” facciamo riferimento ai versamenti effettuati dai contribuenti nei confronti di enti pubblici o privati per determinate prestazioni, per l’appunto, di carattere sociale (INPS ed INAIL ne sono un esempio).

La pressione fiscale è quindi, di fatto, la misura di quanto lo Stato chiede ai cittadini per rendere funzionante nella maniera adeguata l’apparato amministrativo, nonché per finanziare i servizi di pubblica utilità.

C’è da sottolineare il fatto, però, che il livello di leva fiscale nel nostro Paese sia estremamente elevato.

Basti pensare che, secondo i dati raccolti dalla Banca d’Italia, tra il 2012 ed il 2014 la pressione fiscale si è aggirata sempre attorno al 44%: come a dire che quasi la metà del reddito che ogni persona produce veniva prelevato dal Governo e dagli enti locali.

Considerando poi l’elevata quantità di evasori, il reale livello di pressione fiscale che grava sulle tasche di chi le tasse le paga è ben più alto dei dati di volta in volta rilevati, come sottolineato da Confindustria – che ha evidenziato percentuali con soglia al 53% o addirittura, secondo Confcommercio, al 54%. La Banca Mondiale ha definito la pressione fiscale e contributiva italiana nei confronti dei produttori del Paese come la più gravosa di tutta l’Europa. Basti pensare che un’azienda di tipo medio deve devolvere allo Stato ben il 65,8% dei propri utili ogni anno.

Nonostante lo scenario descritto e l’evidenza della condizione fiscale nel nostro Paese, gli ultimi dati resi noti dall’Istat sembrerebbero rispecchiare una condizione di lieve ripresa economica: nel secondo trimestre di quest’anno, infatti, in Italia il prodotto interno lordo è stato confermato ad un +1,5% rispetto al 2016 nel medesimo periodo, con una pressione fiscale attestatasi al 41,8% del Pil, rimanendo invariata rispetto allo scorso anno.

Secondo l’Istituto di Statistica il nostro Paese, per il 2017, ha acquisito una crescita dell’1,2%. Sembrerebbero dunque possibili e positive le prospettive di miglioramento a breve termine.