Quando l’unica certezza è l’incertezza. Suggerimenti pratici per gestire correttamente il rischio

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Il nostro esperto: Duccio Martelli

Italiani brava gente. È certamente questo uno dei modi di dire più famosi sugli Italiani, a indicare il nostro generale atteggiamento poco belligerante e sempre teso a ricercare la pace e la tranquillità. Non è dunque un caso che anche in campo economico non siamo mai stati grandi manager d’azienda (grandi inventori sì, ma veri imprenditori, solo in rari casi). Non sorprende quindi come la ricerca del c.d. “posto fisso” sia stata un’ossessione per le generazioni prima di noi e forse lo sia ancora oggi per qualcuno tra i più giovani.

Gli italiani e la ricerca della sicurezza degli investimenti

Lo stesso atteggiamento teso a ricercare la serenità e a evitare sorprese (anche quando queste fossero state positive), lo notiamo anche in ambito finanziario. Gli Italiani infatti sono stati definiti fin dagli anni Ottanta i “Bot people”, in quanto l’investimento preferito erano proprio i titoli di Stato domestici a breve scadenza, titoli sicuri, che offrivano inoltre rendimenti a due cifre particolarmente interessanti, talvolta anche superiori anche del 15%. Rendimenti molto interessanti, ma pur sempre nominali. Peccato infatti che in quegli anni l’inflazione fosse anch’essa molto elevata, alle volte addirittura superiore agli stessi rendimenti nominali offerti. Ne derivava quindi una completa erosione dei rendimenti ricevuti, che nella pratica non erano talvolta neppure in grado di mantenere inalterato il potere di acquisto, a fronte di una crescita generalizzata dei prezzi molto marcata. Ma poco importava. La sicurezza dell’emittente, lo Stato italiano, e i rendimenti apparentemente molto accattivanti hanno portato soprattutto i piccoli investitori a diventare negli anni completamente avversi al rischio, certi di aver trovato nei titoli di Stato una forma di investimento non solo sicura, ma anche molto remunerativa.

Purtroppo la finanza insegna che il rendimento non aumenta al crescere della sicurezza; anzi, la relazione è proprio l’esatto opposto. Più vogliamo ottenere dei rendimenti elevati, più dobbiamo essere propensi a correre dei rischi. Oggi questa legge valida in ambito finanziario, la abbiamo imparata tutti. O forse no. Ancora oggi, infatti, sui conti correnti gli italiani lasciano fermi circa 1.400 miliardi di euro; denari risparmiati con fatica, che offrono un rendimento prossimo allo zero, se non addirittura negativo, una volta considerati il fenomeno inflattivo e l’imposizione fiscale (vedi lo studio “La ricchezza delle famiglie e delle società non finanziarie italiane: 2005-2017” condotto dalla Banca d’Italia nel 2019). Ne deriva quindi che oggi, a differenza del passato, la sicurezza dei propri investimenti ha un costo: se questo vale da sempre in ambito assicurativo, dove i soggetti pagano un premio alla compagnia assicurativa a fronte della protezione del proprio patrimonio dagli impatti negativi che possono derivare da un evento futuro e incerto, oggi questo principio è vero anche in ambito finanziario. Se vogliamo infatti investire in strumenti liquidi e sicuri (almeno in apparenza), come ad esempio il conto corrente o i titoli di Stato di Paesi solidi (Germania in primis), ecco che dobbiamo pagare un costo, ossia accontentarci di portare a casa un rendimento negativo.

Rischiare per non perdere

Senza quasi accorgercene, siamo entrati in una nuova era, dove i tassi di interesse nulli, voluti dalle banche centrali dei vari Stati per rilanciare le economie domestiche, sono diventati la normalità, sebbene inizialmente tali tassi anomali sarebbero dovuti durare solo pochi mesi o al massimo qualche anno. Ci troviamo quindi in un mondo nuovo, dove chi non vuole correre rischi, la paga cara (e non in senso metaforico). Come sintetizza bene questa elaborazione pubblicata anche dal Corriere della Sera alcuni mesi fa, lasciare depositati denari su un conto infruttifero per un arco temporale di 20 anni produce una perdita sicura di un terzo del capitale iniziale, a seguito degli effetti erosivi dell’inflazione (ipotizzata pari al 2% annuo, come previsto dalla Banca Centrale Europea).

Figura 1: Confronto di quattro investimenti nel tempo

Confronto di quattro investimenti nel tempo

Fonte: Corriere della Sera/AdviceOnly

 

Se questo è il nuovo scenario in cui dobbiamo sopravvivere, come è dunque possibile sperare di veder crescere il valore dei propri investimenti? La risposta potrebbe sembrare paradossale, ma l’unico modo per non correre rischi (almeno da un punto di vista statistico) di vedere il proprio patrimonio perdere di valore è rischiare, ossia investire in strumenti volatili, che offrono rendimenti attesi positivi. La volatilità, infatti, non deve essere vista solo come una componente negativa; anzi, in campo finanziario, è l’esatto opposto. Come visto prima, se un investimento è privo di rischi, questo non può offrire nemmeno dei rendimenti. Il segreto per investire correttamente sta dunque nella parola rischiare. Tale termine, infatti, non fa riferimento, come spesso lo intendiamo invece nel linguaggio comune, all’investimento in un titolo che ci attrae, solitamente perché ha registrato delle performance interessanti nel recente passato o più semplicemente perché è acquistato dai colleghi di ufficio o ha un nome che ci affascina. Questo non è rischiare, ma giocare. Possiamo certamente fare delle scommesse, anche in campo finanziario; l’importante è essere consapevoli di quello che stiamo facendo. Gestire il rischio ha invece tutt’altro significato. Alla base dell’investimento ci sono infatti due elementi fondamentali: la diversificazione e il tempo.

La diversificazione

Diversificare significa investire in strumenti che ci aspettiamo mostrino andamenti diversi fra loro, in modo che, se alcuni di questi registrano delle perdite, ve ne dovrebbero essere altri che performano positivamente e che sono quindi in grado di compensare in tutto (o in parte) tali perdite. Nostra nonna parafraserebbe questo principio con il classico proverbio: non mettere tutte le uova nello stesso paniere. Gestire il rischio mediante la diversificazione implica dunque la selezione di una pluralità di titoli, possibilmente con caratteristiche differenti gli uni dagli altri. Ma come è possibile individuare i titoli performanti su cui investire? Purtroppo a questa domanda anche gli esperti faticano a rispondere. Pensiamo a quali sono oggi le società più capitalizzate, ossia quelle che valgono di più sul mercato. Ai primi posti troviamo società quali Amazon, Alphabet (Google), Apple, Facebook. Solo venti anni fa, nel 2000, le società a più elevata capitalizzazione erano invece General Electric, Exxon Mobil, Pfizer, Cisco, Aig, Nokia. Solo una società è presente fra le prime dieci sia oggi, sia venti anni fa: Microsoft (per chi volesse divertirsi a capire come è cambiato il mondo, si suggerisce una visita alla sezione dedicata de Il Sole 24 ore).

Tabella 1: Confronto fra le società a più elevata capitalizzazione nel 2000 e nel 2018

Confronto fra le società a più elevata capitalizzazione nel 2000 e nel 2018

Fonte: Il Sole 24 Ore

 

Allora, che fine hanno fatto le altre società presenti nella lista nel 2000 e quali caratteristiche distintive hanno le società oggi più importanti? Molte delle società presenti nella top ten degli anni passati hanno perso di importanza o sono addirittura sparite dal mercato o fallite (Aig e Nokia ne sono due esempi). Se nel finire degli anni Novanta i telefoni più in voga erano infatti prodotti da Nokia e Motorola, queste due società non hanno saputo rispondere ai mutamenti di mercato, sicuri della loro leadership settoriale. Ma un cambiamento nelle preferenze e nei gusti dei consumatori (non più telefoni piccoli, ma grandi e multifunzione) ha permesso a realtà nascenti, una su tutte Apple, di affermarsi come nuovo leader di mercato, sebbene anche molte altre società abbiano provato a togliere il controllo settoriale ai colossi di allora. Poiché a priori nemmeno i professionisti sono in grado di individuare esattamente la (o le) società che guideranno il mercato negli anni futuri, sono proprio loro i primi a utilizzare a proprio vantaggio il principio della diversificazione. L’unico modo infatti per investire (o almeno sperare di investire) in società un domani profittevoli è infatti quello di suddividere il proprio patrimonio fra più titoli.

Il tempo

Il secondo elemento da considerare, quando dobbiamo effettuare un investimento, riguarda il tempo. Il tempo è il nostro più grande alleato, quando ne abbiamo a disposizione; il nostro più grande nemico, quando invece scarseggia. In finanza il fattore tempo è fondamentale per due motivi. Anzitutto, secondo il principio della capitalizzazione composta, gli interessi producono altri interessi e dunque il nostro investimento tenderà a crescere in maniera autonoma con il semplice trascorrere del tempo. Tale principio è così importante che i professionisti attribuiscono (erroneamente) a Albert Einstein la seguente citazione su questa particolare modalità di calcolo degli interessi: “l’interesse composto è l’ottava meraviglia del mondo. Chi lo capisce guadagna, chi non capisce paga”. In secondo luogo, non meno importante del punto precedente, il tempo permette di abbattere in maniera significativa la volatilità anche degli strumenti apparentemente molto rischiosi.

Prendiamo il caso delle azioni, titoli particolarmente volatili e per questo mai particolarmente amati dagli italiani. Numerosi studi a livello internazionale (vedi fig. 2), condotti prendendo in esame l’effettiva performance e volatilità storica registrata da indici azionari nel corso di vari decenni, confermano la rischiosità di tali investimenti nel breve e medio termine, con le performance che possono essere particolarmente positive o negative, a seconda degli andamenti di mercato nei singoli anni. Con grande sorpresa, le azioni sembrano essere invece l’investimento migliore, se detenute per periodi lunghi di tempo: già a partire da investimenti con durata di 15-20 anni, i portafogli costituiti solo da azioni (in verde) hanno registrato rendimenti attesi in media più elevati e volatilità (in questo caso approssimabile dalla differenza fra il rendimento migliore e quello peggiore registrato negli anni presi in considerazione) in linea con quella degli altri portafogli di confronto, costituiti uno dall’investimento esclusivo in titoli obbligazionari (in celeste) e l’altro da un paniere di azioni e obbligazioni (in grigio).

Figura 2: Performance nel tempo di panieri azionari, obbligazionari e misti

Fonte: J.P. Morgan

 

I fatti e i dati sopra presentati dovrebbero farci riflettere circa l’importanza di conoscere sempre più i rudimenti della finanza, in primis per proteggere e far fruttare i nostri risparmi. Purtroppo il mondo al quale eravamo abituati, quello dei tassi positivi e elevati, offerti anche dagli investimenti sicuri, non esiste più. Ecco perché oggi dobbiamo imparare a convivere, e soprattutto a imparare a gestire, la componente rischio dei nostri investimenti. Come visto, infatti, il rischio non genera solo ricadute negative, ma rappresenta invece un elemento imprescindibile, se vogliamo sperare di ottenere dei rendimenti positivi. Cambiare il nostro atteggiamento in un breve lasso temporale, verso una variabile così importante e delicata, non è certo cosa semplice; questa è tuttavia la sfida che tutti noi siamo chiamati a superare già oggi, se vogliamo gestire correttamente i nostri investimenti.

 

Letture di approfondimento
Consob (2019), Rapporto 2019 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane”.
Gasbarro Leopoldo (2019), La resa dei conti. La strategia vincente per salvare i nostri risparmi dalla crisi, Sperling & Kupfer.