Referendum abrogativi sul lavoro. Cosa cambierebbe

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Il 1 luglio 2016 la Cgil ha depositato in Corte di Cassazione un milione e centomila firme per ciascuno dei tre referendum sul materia di lavoro: licenziamenti, buoni lavoro, appalti.

Il 9 dicembre 2016 la Corte di Cassazione li ha dichiarati “conformi a legge”.

L’11 gennaio 2017  la Corte Costituzionale dovrà invece pronunciare un giudizio di “ammissibilità” dei quesiti, alla luce dei criteri di omogeneità, chiarezza e univocità.

Una volta emessa la sentenza della Consulta, il Presidente della Repubblica fissa la data del Referendum in una domenica compresa tra il 15 aprile ed il 15 giugno 2017. Ma, in caso di elezioni politiche anticipate, i termini vengono sospesi per un anno dalla data del voto.

Licenziamenti

Il quesito che riguarda i licenziamenti riguarda tre contenuti:  1) “volete voi abrogare la parte del Jobs act relativa ai licenziamenti, applicabile agli assunti dal marzo 2015?”; 2) “per gli assunti prima del marzo 2015, volete voi abrogare le modifiche dell’articolo 18 contenute nella legge Fornero del 2012?”; 3) “volete voi che il vecchio articolo 18, così ripristinato, si applichi a tutti i datori di lavoro che abbiano almeno sei dipendenti?”.

In questo caso, se vincesse il “sì”, tornerebbe in vigore la disciplina dei licenziamenti posta dallo Statuto dei Lavoratori nel 1970, rafforzata dalla modifica apportata dalle legge n. 108/1990. Questa disciplina, inoltre, risulterebbe applicabile a qualsiasi datore di lavoro, imprenditore o no, con più di cinque dipendenti, il che costituirebbe una novità assoluta per centinaia di migliaia di imprese e circa due milioni di rapporti di lavoro.

Buoni lavoro/Voucher

Il quesito mira all’abrogazione dei tre articoli del decreto legislativo n. 81/2015 che contengono la disciplina del lavoro accessorio. Questa forma di rapporto di lavoro (per esempio: la raccolta delle olive per pochi giorni, una serie di ripetizioni private, lo sgombero di un garage) non richiede gli adempimenti formali propri del lavoro ordinario: con i buoni, o voucher, acquistati alle poste, in banca o anche in tabaccheria, l’obbligo contributivo previdenziale viene assolto automaticamente.

I voucher hanno un valore nominale di 10 euro, di cui 7,5 euro netti al lavoratore, il resto sono tasse e contributi. I proponenti il quesito affermano che i buoni lavoro sono finiti per essere anche un grimaldello per far lavorare molte persone in maniera irregolare. Secondo l’Inps, nei dieci mesi ne sono stati venduti 121,5 milioni, con un incremento del 32,3% rispetto al 2015. Nei primi dieci mesi del 2015, la crescita dell’utilizzo dei voucher, rispetto al 2014, era del 67,6%.

Appalti

Il quesito in materia di appalti mira invece a garantire più tutela dei lavoratori, secondo i proponenti, sopprimendo la modifica dell’articolo 29 della cosiddetta Legge Biagi del 2003, in materia di solidarietà passiva tra committente e appaltatore nei confronti dei lavoratori, disposta dalla legge Fornero del 2012. La modifica che verrebbe soppressa consiste: a) nel consentire che i contratti collettivi nazionali disciplinino la materia diversamente, secondo il modello del cosiddetto “garantismo flessibile”; b) nel prevedere che il lavoratore dipendente dall’appaltatore possa agire contro il committente per il pagamento del proprio credito solo dopo che l’azione nei confronti dell’appaltatore abbia dato esito negativo, per l’incapienza del suo patrimonio.