Trump: guerra valutaria con la Germania?

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Il presidente eletto Donald Trump, che ha basato gran parte della propria campagna elettorale sui rapporti commerciali che avrebbero definito la politica economica del Paese, si è recentemente schierato contro la Germania, definendola una “manipolatrice valutaria” e minacciando di imporre dazi doganali.

Nel suo programma di candidato repubblicano in corsa per la Casa Bianca aveva già sottolineato il cosiddetto “inganno” della moneta unica europea, ovvero l’evidenza secondo cui il suo reale valore non fosse determinato dall’output economico, bensì dalla media delle monete precedentemente all’unificazione valutaria. “La debolezza delle economie dell’Europa meridionale nell’Unione Monetaria Europea tiene un tasso di cambio inferiore rispetto a quello che avrebbe avuto il Marco tedesco come valuta indipendente”, aveva infatti dichiarato, facendo chiaramente capire che il deficit degli Stati Uniti nei confronti della Germania fosse cresciuto proprio grazie a questa “manipolazione”.

Di fatto, il bilancio commerciale degli Stati Uniti per il 2015 si è chiuso con un deficit di oltre 530 miliardi di dollari, di cui 75 nei confronti della sola Germania.

Nonostante l’incidenza del passivo sia infatti sensibilmente calata in relazione al pil rispetto al periodo precedente la crisi, l’economia americana ha dimostrato di essere ancora indietro dal punto di vista dell’esportazione di beni e servizi.

Da questa condizione è nata la minaccia di Trump, che utilizzerà il proprio Dipartimento del Tesoro per verificare la presenza di eventuali manipolazioni, imponendo delle tariffe compensative se necessario. La sua posizione vuole mettere in luce, in particolare, il guadagno scorretto di cui da tale condizione ha beneficiato principalmente la Germania, contro la quale si è definito pronto a combattere se l vedrà continuare a violare le regole economiche internazionali.

Già l’amministrazione di Obama, all’interno del rapporto semestrale sui cambi, aveva menzionato la Germania tra i Paesi che mettono in atto politiche di svalutazione competitiva, se consideriamo poi che i tedeschi non hanno una propria moneta da circa quindici anni e quindi si riferiscono ad un euro indebolito dalle economie del sud traendone un vantaggio in termini appunto di competizione, ovvero di esportazione verso l’America. Ecco allora la ragione per cui Trump si è detto pronto ad elevare dazi contro Berlino e in assoluto contro l’Unione Europea.

Resta il dubbio, comunque, che il fondamento di suddette minacce non sia da ricercarsi soltanto in motivazioni di carattere economico. L’avvicinamento di Trump a Putin potrebbe decisamente non essere una coincidenza, ad esempio. Soprattutto se riflettiamo sull’incrinarsi delle relazioni tra Occidente e Russia in seguito alla questione ucraina e alle sanzioni imposte a Mosca, sulle neo-alleanze commerciali strette dal presidente Putin con la Cina e sul suo atteggiamento nei confronti  della Turchia di Erdogan. A questo basterà aggiungere la rinnovata “amicizia” tra gli Stati Uniti e la Russia per avere un quadro completo dell’esatta posizione dell’Europa.

E per azzardare possibili previsioni.